Da un uomo solo al comando al comando collettivo. Storia di vera imprenditorialità


La storia della nostra imprenditorialità è costruita sulla figura dell’uomo solo al comando. L’imprenditore è SOLO al comando e le teorie imprenditoriali prevalenti ne esaltano la figura come momento assoluto di creatività di capacità decisionale (basata sull’intuizione) “distruttiva” dei paradigmi passati.

Questo è un limite sociale. Limite che accolla la responsabilità del cambiamento a pochi eletti, che per tratti personali o per elementi contestuali cambiano la direzione di sviluppo della società stessa.

Io credo che sia ora di cambiare questo paradigma. Molteplici esempi di culture e modalità di gestione dei processi decisionali lo confermano.

Le tecnologie e la dispersione delle competenze, che in un mondo sempre più in evoluzione si frammentano e si ricompongono, chiedono di rivedere la figura dell’imprenditore classico.

Le competenze, ossia il sapere, le capacità e le esperienze, sono ormai sempre più trasversali. Da qui occorre ripartire. I modelli organizzativi classici faticano a leggere questo cambiamento sociale e per questo occorre essere attenti e flessibili nell’applicare i modelli interpretativi della realtà che le piccole, piccolissime, micro imprese stanno facendo emergere.

Da imprenditorialità individuale a imprenditorialità collettiva. Questo è il cammino.

La strada è quella di investire nella formazione di una NUOVA generazione di imprenditori aperti all’innovazione multidisciplinare. E non possiamo dire che non siamo capaci. Le nostre competenze in termini di sviluppo del sistema prodotto/servizio sono accettate e ammirate in qualsiasi rivolo dell’economia.

Il concetto chiave del processo è rendere semplice e facile il trasferimento tecnologico.

Trasferire tecnologie per plasmare il futuro, per riuscire finalmente a trasformare i risultati della ricerca, che in Italia è copiosa e di qualità, in qualcosa di spendibile sul mercato, che offra alle imprese un vantaggio competitivo nazionale e internazionale.

Per riuscire a crescere occorre avere il coraggio di mettersi in gioco e creare una rete con cui condividere dei progetti, senza avere paura di perdere qualcosa. Collaborare significa dare un’accelerazione al proprio progetto, invece di fare le cose da soli, allungando i tempi di realizzazione.

E’, infatti, proprio il tempo, che le nostre imprese – pur bravissime a creare nuove soluzioni– ci mettono ad arrivare al nuovo prodotto o soluzione, a non essere più sostenibile.

Non è più possibile permettersi tempi così dilatati. Siamo ai primi posti nel mondo come produzione di ricerca scientifica, ma le imprese non sono in grado di sfruttare questi tipi di conoscenze per ricavarne vantaggi e creare vero valore.

Oggi più di ieri, quindi, fare trasferimento tecnologico è vitale ed è fattibile solo se ci sarà un vero cambiamento culturale, per cui le imprese, soprattutto quelle più piccole, saranno disposte a collaborare e se enti pubblici creati ad hoc sapranno dare risposte agli imprenditori e stimolare soprattutto la nascita di nuove imprese.
Credo che sia possibile riuscire a portare avanti il cambiamento culturale che serve, anche se ci vorrà tempo. Di positivo vi è che dopo molti anni le imprese sono tornate al centro del dibattito pubblico e saranno protagoniste delle scelte politiche strategiche che questo Paese dovrà affrontare.

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